La saggezza della disobbedienza-parte II°

Come si sarà potuto evincere dalla prima parte di questo post, disobbedire agli ordini o agli obblighi imposti quando essi violano i nostri diritti o sono contrari alla nostra coscienza, che è la voce del Sé, è un compito evolutivo.

Anne Givaudan, decisamente tra i miei autori favoriti, come è noto possiede la facoltà di uscire dal corpo e viaggiare nei mondi sottili, per adempiere a dei compiti che le vengono assegnati dalle sue guide. Nel suo libro “Il patto violato: vite interrotte” Anne racconta la storia di alcune anime che hanno scelto il suicidio. Una di queste storie può egregiamente servire ad esemplificare la necessità di saper dire di no quando l’ordine stabilito ingiunge di fare qualcosa che la nostra morale riprova. E’ la storia di John Smith, che di seguito riassumo.

John è nato in una famiglia problematica e priva d’amore. Il padre beveva e picchiava la moglie, mentre di lui nessuno si occupava; era come se non esistesse o fosse una presenza fastidiosa quando si palesava. Quando egli era adolescente un certo giorno la madre sparì e non se ne seppe più nulla. John rimase a vivere con il padre in una roulotte, che egli stesso puliva quando l’accumulo di bottiglie e lattine impediva loro anche di camminare.

Si arrangiava con dei furtarelli finché, nel parcheggio di un supermercato, fu avvicinato da due militari con una elegante divisa, da cui rimase affascinato. Gli proposero l’arruolamento ed egli accettò,vedendo in questo una possibilità di riscatto dal niente che sentiva di essere.

Iniziò il suo addestramento ed egli si impegnava molto, ottenendo buoni risultati. Era così privo della stima di se stesso che avrebbe fatto qualsiasi cosa per quegli uomini che finalmente si interessavano a lui: assorbiva tutto quello che gli dicevano, senza il minimo discernimento.

Era il periodo della guerra in Vietnam e lui non vedeva l’ora di andare a combattere, di avere un’arma in pugno per essere finalmente il più forte. Gli istruttori raccomandavano di non lasciarsi niente alle spalle, di non avere pietà né per i soldati né per la popolazione, che i ‘musi gialli’ erano violenti e sadici e che se li avessero fatti prigionieri li avrebbero sottoposti a terribili torture, che se non li sterminavano sarebbero stati sterminati loro.

John e i suoi compagni non erano che dei poveracci in cerca di riconoscimento e amore, pronti a uccidere pur di avere la sensazione di esistere. Nessuno di loro si sarebbe rifiutato di andare laggiù pur di avere il riconoscimento di una intera nazione. Il discorso dei musi gialli crudeli e senza anima gli veniva ripetuto tutti i giorni in Vietnam, più volte al giorno, e prima dei combattimenti era accompagnato da forti dosi di alcool condito con droghe di diverso genere, che conferivano loro la sensazione di essere invincibili.

Un giorno gli ordini furono di distruggere un villaggio perso in mezzo alle risaie. John era parte dell’esiguo manipolo di soldati che dovevano eseguire l’ordine. Avvicinandosi vedono i bambini che giocano nel verde tenero delle risaie, così tenero che sembra che almeno lì la pace possa esistere. Di solito loro entravano nei villaggi per uccidere, violentare, bruciare. Poi basta, non se ne parlava più. Quelli erano gli ordini e loro li rispettavano, pena l’esclusione, che per loro era come la morte. All’inizio gli era stato detto che i contadini erano tutti armati, poi hanno visto benissimo che non era così, ma hanno continuato come prima.

Quel villaggio di casette di legno era così piccolo che faceva ridere, ma loro non potevano porsi degli interrogativi, anche se interiormente sentivano la stanchezza ed il rifiuto di quello che stavano facendo. Si fermarono per il solito goccio d’alcool, che cancellava gli scrupoli e li faceva sentire potenti: i signori della vita e della morte! Ed è così che quei soldati ubriachi e drogati si sentivano come degli dei davanti a quegli uomini vulnerabili e terrorizzati, davanti a quelle donne e bambini rannicchiati in un angolo uno contro l’altro, come animali impauriti, la cui vita dipendeva soltanto da loro.

Anche quel giorno hanno fatto quello che facevano di solito: sfondano la porta con un calcio, violentano e uccidono, ma meccanicamente: anche loro non ne possono più! Ancora un poco d’alcool funge da anestetico. Intanto arriva via radio la notizia che la guerra era finita e si potevano cessare i combattimenti. Questo aggiunge altra sofferenza a quella che già provano ed uno di loro esprime a parole il malessere per il massacro che è dentro ciascuno di loro dicendo: “Quest’ultimo villaggio …era inutile!”, poi crolla e piange, mentre qualcun altro vomita.

Al ritorno John pensa di poter davvero vivere una vita normale e progetta di comprare un terreno e costruirsi una casa, ignaro che il peggio doveva ancora arrivare. I primi giorni furono di euforia perché, anche se non c’era nessuno ad aspettarlo, la gente era contenta e li considerava degli eroi. Poi cominciò per John uno strano fenomeno: comincia a vedere il volto delle persone che incontra assumere dei tratti orientali e trasformarsi poi, gradatamente, in maschere urlanti di terrore e di dolore.

E’ un grido terribile, bestiale e insostenibile ed è per John infinitamente doloroso e insopportabile. La sua vita diventa un inferno: non dorme più, non mangia più, non esce più. Gli psichiatri e i medici dell’esercito non possono nulla: il dolore e l’inferno sono presenti in lui come mai avrebbe potuto immaginare. Nessun farmaco riesce a farlo dormire e in quelle rare volte che sprofonda nel sonno il risveglio per lui è così doloroso che quel giovane dal fisico atletico si accascia in lacrime.

Ad un certo punto John è così sfinito che l’unica cosa che desidera è scappare dalla vita: si spara un colpo di pistola in testa e muore. Pensava che mettere fine alla sua vita fosse l’unica soluzione, ma ben presto si accorge che non è cambiato nulla, è ancora circondato dai morti, dalle sofferenze e da tutti quei volti orientali che lo scrutano.

John supplicò che gli venisse rivelato il modo per rimediare a tutto quel disastro, ma non accadde nulla. Allora, in quel vuoto immenso, chiese con tutte le sue forze un po’ di pace, ma non la chiedeva più nemmeno per sé, bensì per tutti quei volti che lo perseguitavano con la loro sofferenza. Accadde così che sentì nascere nel profondo di sé qualcosa di sconosciuto, come un po’ di calore. In quel momento cominciò una comunicazione sottile con quei volti ed egli non ebbe più la voglia di sfuggirli. Accettando quel dialogo provò su di sé tutta la sofferenza del mondo, tutta la sofferenza delle guerre e delle mostruosità irragionevoli che viviamo o facciamo vivere agli altri. Tuttavia era una sofferenza che finalmente aveva un senso poiché la guardava non con la testa, ma con il cuore: il grande assente della sua vita terrena.

Nel momento in cui si aperse in lui questo nuovo spazio, apparve una coppia di anime, un uomo e una donna che sembravano conoscerlo assai bene, e gli chiesero se voleva capire e sapere cosa fare per sentirsi meglio. John non chiedeva altro. Fu quindi portato in un luogo di cura, dove bagni di luce e di suoni ripararono i suoi corpi sottili finche egli si senti ristabilito. A quel punto i due esseri fecero ritorno e lo esortarono a tornare sulla Terra per completare l’apprendimento che aveva interrotto togliendosi la vita, cioè che nessuno è obbligato a obbedire se gli ordini vanno contro la propria coscienza.

John si sentì invadere da una paura glaciale, associando la vita terrena ad una estrema sofferenza, ma i due esseri gli mostrarono le possibilità che lo aspettavano, gli eventi che avrebbe potuto attirare a sé per guarire la sua storia personale. Sarebbe stata una vita senza troppe apprensioni, con dei genitori amorevoli, ma soprattutto egli avrebbe dovuto fare il pompiere e salvare vite ad ogni costo, anche a prezzo della sua. John accetta con un timido sì e così diviene Steve.

Fin da piccolo Steve dichiara di voler fare il pompiere. Ha notti agitate da scene di guerra e di morte che fanno sì che si risvegli urlando, mentre i genitori tentano invano di rassicurarlo. Il tempo passa in fretta ed il giovane Steve, divenuto pompiere, è ovunque ci sia bisogno di aiuto: è atletico e non ha paura di niente. Si fa carico delle situazioni più dure, dei salvataggi più improbabili e pericolosi; salva una vita dopo l’altra dando la sensazione che quello sia il suo solo obiettivo. La gente gli vuol bene e riconosce che è coraggioso e generoso.

Steve fa il pompiere a New York e l’11 settembre è davanti alle torri in fiamme. Il suo capo gli ha dato ordine di aspettare, ma Steve disobbedisce: sale e si trova davanti una donna che cerca di lanciarsi nel vuoto per sfuggire alle fiamme. Steve la persuade a desistere e quando lei si gira, ha appena il tempo di vedere distendersi un sorriso sul suo volto asiatico, poi viene risucchiato da una spirale luminosa, che sembra non finire mai, e con totale chiarezza avverte dentro di sé che quel che andava compiuto è compiuto e che ora poteva essere in pace. Steve è morto nell’incendio delle torri gemelle.

Può darsi che John/Steve ritorni ancora sulla Terra, solo per imparare a prendere posizione davanti ad una autorità che pretenda di fargli fare ciò che in cuor suo riprova, o forse non ne avrà più bisogno: sarà la sua Anima a dirglielo, al momento opportuno.

 

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