L’anima e i segni

Questo è il racconto di come ho incontrato i due temi principali che hanno attraversato la mia vita, cioè spiritualità e grafologia, e di quali segni mi hanno condotta ad essi. Può costituire un esempio di come l’Anima indica a tutti noi quale debba essere la direzione del nostro cammino.
Altri settori della vita non vengono considerati nella narrazione, se non di rimando, con qualche cenno se ha attinenza con i temi considerati.
Per quanto riguarda la grafologia, venni a conoscenza della costituenda Scuola Superiore di Urbino da un servizio televisivo. Ne fui profondamente toccata ed una parte di me avvertiva il desiderio di essere là: una parte a cui non diedi attendimento, tutta presa com’ero all’epoca nello sforzo di adeguamento ai canoni della società.
Sebbene questo mi causasse sofferenza, non vedevo altra via per me stessa e quella cosa così affascinante mi sembrava fuori della mia portata. Un’infanzia ed una adolescenza molto dolorose mi avevano condotta su queste posizioni e anche se sembrava a quelli del mio ambiente che fossi una ribelle, in realtà lo ero entro i limiti che mi consentivano di mantenere un rapporto con il mondo così come andava.
Al momento descritto avevo 23 anni, facevo la maestra e stavo per sposarmi.
Un lustro più tardi scivolai in depressione perché non vedevo prospettive di felicità nella mia esistenza. Avevo anche lasciato l’insegnamento perché ciò che si doveva fare nella scuola non corrispondeva per nulla alle mie idee sull’educazione. A quei tempi tutta la società era impostata su dei canoni repressivi, l’esatto contrario di quanto avviene oggi, e la scuola serviva non a formare le persone, ma schiavi obbedienti per il sistema.

Vivevo sulla mia pelle quanta sofferenza provocasse il dare una dura giurisdizione su se stessi, infliggerla a dei bambini mi causava una angoscia insopportabile.
Nel periodo di depressione nacque in me l’urgenza di comprendere quale fosse il senso della vita, quindi cercai di capire il punto di vista delle varie religioni, rimanendo nel contempo su posizioni completamente agnostiche. Pensavo che se c’era un creatore, questi doveva essere più un demone che un Dio, dal momento che costringeva l’umanità a livelli di dolore talvolta insostenibili.
Il problema del dolore mi aveva sempre tenuta lontana da qualsiasi visione teistica.
Nel frattempo, senza rendermene conto, ma seguendo semplicemente un istinto, cominciai a fare cose del cui significato mi resi conto solo molti anni dopo: cominciai a scegliere me stessa. Come ebbi modo di imparare in seguito, questa è l’unica via per uscire dalla depressione, che altro non è che rabbia trattenuta.
Mi iscrissi quindi ad un corso per Assistenti di Biblioteca e trovai un impiego provvisorio presso la biblioteca del mio comune. Mi allontanai dalle frequentazioni di mio marito e, nella speranza di risolvere i miei disagi, mi rivolsi alla psicologa di una ASL, che mi era stata indicata da una collega, perché era in grado di consigliare il tipo di terapia più idonea per le persone, somministrando una batteria di test che si estendeva su più giorni.
Scoprii che uno di questi test era l’analisi della scrittura.
Il segnale dentro di me si risvegliò e feci alcune domande. La risposta della psicologa fu che nessuna batteria di test dava un risultato altrettanto completo della grafologia e che lei si era preparata frequentando alcuni corsi nei fine settimana. Mi diede anche il recapito della sua insegnante, che contattai, la quale però mi rispose che al momento non aveva in progetto alcun corso.
Intanto pensavo: “Perché accontentarmi di una infarinatura se posso frequentare una vera scuola?” Tanto più che, seppi dopo, quell’insegnante seguiva il metodo di Marco Marchesan, che non è allo stesso livello di quello morettiano.
Scrissi dunque ad Urbino ed ottenni informazioni dettagliate ed esaurienti. Ormai l’anno accademico era iniziato ed io ero anche piuttosto esitante sulla scelta da fare, per via degli oltre trecento chilometri che mi separavano dal posto e della frequenza obbligatoria. Le lezioni si tenevano a fine settimana alterni, otto ore di lezione il sabato e la domenica, più tre seminari intensivi di dieci giorni a Natale, Pasqua e Luglio.
L’anno seguente comunque mi iscrissi.
Ricordo che uscendo dalle prime lezioni, alle otto di sera, ebbi il mio primo momento ‘mistico’.
Scendevo lungo la ripida via Raffaello verso Piazza della Repubblica, dove usano riunirsi gli studenti per passare le serate. La notte era chiara e stellata e c’era quella brezza che non abbandona mai Urbino: la “ventosa Urbino” del Pascoli. Dalla piazza saliva il brusio di tutti i gruppuscoli di persone che la riempivano e qualcuno, seduto su dei gradini, suonava la fisarmonica.
Più giù, davanti alla chiesetta di S. Francesco, mi aspettava mio marito, che aveva avuto piacere di accompagnarmi per quel primo viaggio.
All’improvviso fu come se si aprisse uno squarcio nella mia coscienza ordinaria e che, per qualche attimo, io fossi in ogni cosa che entrava nella mia percezione, e sembrava che ogni cosa nel mondo fosse a posto, che tutto fosse in ordine, in perfetta armonia.
Dentro di me qualcosa cantava “Finalmente!”
Col senno di poi, so che avevo messo un piede in una terra che mi apparteneva: cominciavo a rientrare in me stessa.
Quando l’ebbi raggiunto, mio marito mi mostrò un piccolo astuccio di pelle scura, contenente un rosario, che aveva appena raccolto da terra: un prologo di quanto sarebbe successo in seguito, perché è stato proprio in questo ambiente che ho incontrato la spiritualità. Un altro grosso passo verso chi sono veramente.
Al mio corso era iscritto un ragazzo di Milano di nome Luca, molto più giovane di me, che ormai avevo 32 anni, e faceva strani discorsi sui sette corpi di cui saremmo costituiti, sul vegetarismo e altro. Io pensavo che fosse un poco strampalato, ma era tanto caro e facemmo amicizia.
Luca è stato protagonista di un fatto che sembrò al momento del tutto insignificante, ma la cui importanza si palesò un paio di anni più tardi.
Nell’estate che seguiva il primo anno di corso mi recavo a Milano per una visita medica da uno dei figli di Luigi Oreste Speciani, fondatore della scuola di Medicina Integrata.
Luca mi aiutava a destreggiarmi per le vie della grande città: allora non esisteva il navigatore.
Durante il percorso gli spiegavo su quali principi si basa questa medicina e lui concluse che corrispondevano in tutto a quanto veniva insegnato nel suo centro spirituale, il C.aum.a . Da parte sua mi raccontava che stava per recarsi in India da un santo e, poco prima che ci congedassimo, mi chiese un oggetto da portare a questo santo, nell’intento di aiutarmi.
Ero del tutto scettica in merito a questo, ma pensai: “Beh, facciamolo contento!” E rimestai nella borsetta, non trovando altro di utile che un fazzolettino di cotone.
Un paio di mesi dopo Luca mi telefonò dicendo che il santo aveva preso il mio oggetto ed alla mia domanda su che cosa significasse questo, rispose che era buon segno perché ne accettava pochi. Chiesi ancora cosa dovessi aspettarmi in conseguenza dell’avvenimento e la risposta, che valutai deludente, fu che me ne sarei accorta da sola.
Poggiai il telefono e non ci pensai più.
Nell’autunno di due anni più tardi ricevetti la telefonata della mia amica Luisa, la quale, emozionata, mi raccontò dell’esperienza avuta nei giorni precedenti con un medium del rodigino. Si trattava di un Conte, che abitava ancora nell’antico palazzo nobiliare, dove si manifestava un antenato con l’intento di elargire degli insegnamenti.
Dichiarò che vi sarebbe tornata il giorno successivo e mi chiese se mi sarebbe piaciuto accompagnarla.
Mancava una settimana ad un esame e, di regola, quello per me era un periodo di clausura, dal momento che la Scuola Superiore andava ad esaurirsi, sostituita man mano dalla Facoltà, così che non si poteva andare fuori corso, inoltre tenevo anche a mantenermi all’altezza della conseguita reputazione di studentessa brillante.
Tuttavia mi sentii spinta ad andare, dicendo a me stessa che si trattava di curiosità intellettiva, quindi risposi affermativamente. L’indomani, in una bella mattina di sole novembrino, mi unii a Luisa, sua madre ed un loro amico, alla volta del paese del medium.
Portai con me, oltre al mio disincanto sul tema, anche un piccolo registratore, per registrare la seduta, e l’intenzione di essere uno spettatore muto.
Una volta giunti a destinazione il Conte ci accolse nel suo palazzo settecentesco, adorno di statue, armature ed enormi arazzi. Ci guidò verso un vasto salone, con ampie finestre, inondato dal sole autunnale. Tutto si svolse in piena luce.
Si fecero due chiacchiere comodamente seduti, mentre lui fumava una sigaretta, poi disse: “Ora basta perché lo sento arrivare.” Si coricò sul divano, dal momento che andava in ‘trance’ profonda, e dopo poco parlò con una voce gaia, dall’intonazione diversa dalla sua, portando dei saluti. Intanto gli altri presenti confabulavano tra loro ed alla fine della consultazione chiesero di parlare con Sai Baba.
Io non l’avevo mai sentito nominare.
L’entità, di nome Carlo, disse che sarebbe andato a vedere se questo era possibile e, dopo un breve tempo, si fece di nuovo sentire annunciando che Egli sarebbe venuto, di pazientare per un poco.
Ci fu un lungo silenzio, durante il quale mi lasciai assorbire dalla contemplazione di tutte le belle cose lì intorno, che avevano attraversato i secoli. Mentre ero così assorta, si fece strada in me la sensazione che fosse arrivato un Sole nella stanza, benché essa fosse fin dall’inizio piena di luce.
Mi sentivo, inaspettatamente e senza motivo apparente, come dentro un abbraccio caldo e come avvolta in un sentimento d’ amore. Mi girai verso il medium, che stava muovendo leggermente il capo ed emettendo dei lievi sospiri: era come se qualcuno cercasse, con infinita dolcezza, di impadronirsi del suo corpo senza danneggiarlo.
Poi il medium volse il capo verso di noi, pronunciando le parole: “Mi avete chiamato?” con tale soavità da farmi sentire come se mi si fossero squagliate le ossa e tutto ciò che in me era rigido e resistente non esistesse più.
Gli altri cominciarono a fare domande di tipo personale, mentre io me ne stavo in silenzio. Però mi accorsi che quando in me sorgeva una domanda, l’entità mi rispondeva. E fu così che ebbi una risposta sul perché del dolore del mondo, che ritenni davvero sensata e convincente.
Uscendo dal palazzo mi sentivo piacevolmente sconvolta: dovevo riorganizzare tutta la mia visione della Vita! Mi ripromisi di informarmi su chi fosse questo Sai Baba.
Il giorno seguente mio marito, uscendo per andare in edicola, mi chiese se desideravo qualcosa. Risposi di prendermi il giornale Astra, perché in allegato aveva gli atti del congresso sul paranormale. Di ritorno egli annuncia che, poiché Astra non c’era, aveva preso Sirio, che non aveva l’allegato che mi interessava evidentemente!
Comunque lo apro e vedo che contiene un lungo articolo, di parecchie pagine, sulla vita ed i miracoli di Sai Baba.
Allora non sapevo niente delle coincidenze significative, ma compresi che questo mi era stato mandato.
Ad ogni modo, accettare una visione spirituale della vita mi lasciava con troppe domande senza risposta ed esse si affollavano nella mia mente. Ebbi così l’opportunità di notare, nel corso di alcuni mesi, che la risposta alle domande più urgenti capitava ‘casualmente’ nelle mie mani.
Nella primavera seguente ebbi una folgorazione: telefonai a Luca per chiedergli se quel santo indiano da cui si era recato fosse Sai Baba ed egli rispose affermativamente. Ricollegai i fatti, compresi che Baba aveva tessuto la sua rete d’amore e concepii il desiderio di vederlo con gli occhi del corpo.
Un anno dopo discussi la mia tesi. Nel frattempo mio padre aveva dato segni sempre più evidenti del morbo di Alzheimer, per cui dovetti amministrare io i soldi di famiglia. Scoprii pertanto che papà aveva messo un po’ di questi soldi su dei libretti a parte, intestati a dei familiari ed uno anche a mio nome. L’importo era comodamente quanto mi serviva per un viaggio in India. Non senza riluttanza, mia madre mi permise di prenderli.
Mi misi in contatto con Umberta, la maestra spirituale di Luca, fondatrice del centro C.aum.a e devota di Baba, perché sapevo che organizzava due volte l’anno dei viaggi nel suo ashram. Mi rispose che i posti, assai richiesti, erano tutti prenotati da mesi, sia per il viaggio estivo che per quello natalizio.
“Dovrò trovare un altro modo” pensai, ma due giorni dopo Umberta richiamò, annunciando che si era liberato un posto per il turno invernale.
A dicembre partii, dovendo restare nell’ashram quindici giorni, e rimanendoci, invece, quaranta, a causa dell’agitazione dei piloti d’aereo, che scioperavano in continuazione.
Essere andata da Baba insieme ad Umberta è stata una grande benedizione che il cielo mi ha concesso, altrimenti questo viaggio si sarebbe risolto in una angoscia continuata.
Qualunque cosa se ne racconti, infatti, l’India era, e ancora è, stando alle notizie che arrivano da là, un paese violento e primitivo.
Vi sono persone orrendamente sfigurate fin dalla culla con lo scopo di farne degli accattoni; branchi di cani con piaghe inenarrabili; ad ogni passo si è assaliti da orde di mendicanti che chiedono aggressivamente soldi e oggetti; il furto è la regola: a me hanno portato via perfino il pigiama e i sandali.
Quanto al misticismo di cui si narra, per certo esso non è dei più: secondo la mia personale percezione si tratta piuttosto di fanatismo. All’interno dell’ashram gli indiani, pur di arrivare in prima fila per la cerimonia del darshan, spintonavano, gettavano a terra e calpestavano chiunque si trovasse nel loro percorso. Ogni tanto, infatti, ancora arriva nei nostri telegiornali la notizia che, durante qualche festa religiosa, un certo numero di persone muore calpestato e soffocato dalla folla.
Le persone più spirituali che ho incontrato laggiù erano occidentali.
Fortunatamente ero con Umberta, che vede le energie sottili come noi vediamo gli oggetti, e spiegava cosa stava accadendo in quei livelli. Diceva che Baba quando usciva per il darshan rivestiva una energia potentissima, che fungeva da vero e proprio lavaggio dei corpi sottili di tutta la folla di presenti. Quando invece usciva durante i bhajans, rivestiva un’energia molto più dolce, che favoriva la quiete e la gioia.
Inoltre ci guidava a fare delle meditazioni, permettendomi così di scoprire che in questo non incontravo nessuna difficoltà, ma che per me era naturale come respirare.
Nonostante il forte disagio predominante laggiù, vissi pure momenti di grande intensità o anche di struggente bellezza, secondo il mio modo di percepire.
Ad esempio, alla cerimonia dell’omkara, che iniziava alle 4 del mattino, quando i bhramini intonavano la “OM”, il loro canto aveva una tale potenza che il mio corpo era squassato da onde di energia che parevano dissolverlo ed era come se io non esistessi che come pura coscienza. Oppure quando, al primo albeggiare, che già aveva i colori intensi dell’India, in pochi ci si radunava per i canti sacri in un tempietto dalle pareti di pietra traforata che descriveva arabeschi, e stormi di uccellini variopinti entravano e uscivano, strepitando, dai ricami di pietra e volteggiavano nell’aria fragrante di incenso, davanti alle gigantografie affiancate di Baba e Gesù, illuminate dalle candele.
A volte poi era evidente anche a me, come ad altri, una parte dell’ aura di Baba, probabilmente l’eterico, dato che era di colore azzurro chiaro e si estendeva per qualche decina di centimetri dal corpo fisico, sfocando i contorni di tutto ciò che era dietro, e questo era accompagnato da un sentimento di gioia.
Una volta che mi trovai abbastanza vicina a Lui, nel suo passaggio tra la folla, da potergli consegnare un pacchettino di lettere che mi erano state affidate, il breve momento in cui le nostre mani si sfiorarono mi proiettò in un vortice di energia in cui non avevo più alcuna cognizione del momento e del luogo presenti.

Ad ogni modo, dopo quaranta giorni di intensa pulizia, di cui evidentemente avevo un gran bisogno … finalmente l’occidente!
Certo è che quando si andava da Baba, al ritorno non si era come alla partenza.
Ho avuto notizia di parecchie vite cambiate tra quelli del gruppo con cui ho condiviso l’esperienza. Il cambiamento che mi colpì di più fu quello di Eva (non è il suo vero nome), grafologa anche lei, che, divisa tra il suo lato imprenditoriale e quello spirituale, chiese a Baba di illuminarla su quale via dovesse seguire.
Evidentemente Egli lo fece, dal momento che nell’estate che seguì il ritorno, Eva passò le ferie in ritiro in un convento di clausura, avente un reparto destinato a questo. Da lì Eva uscì solo per 15 giorni, giusto il tempo di sbaraccare il suo appartamento per poi ritirarsi nuovamente per il noviziato ed i voti. Ora è una suora di clausura.
Questa naturalmente è la sua spiritualità.
Quanto a me: nel rincontrarci mio marito ed io ci guardammo come due estranei. Ed in effetti lo eravamo diventati, avendo imboccato due vie molto diverse. Questa cosa mi turbava ed opposi resistenza, ma dopo un po’ci separammo.
Qualche mese dopo il mio ritorno feci un sogno la cui chiara indicazione era che Umberta avrebbe dovuto essere la mia maestra. Nel sogno c’era un matrimonio, dove io ero la sposa, che somigliava a quello di un sogno che Umberta raccontò di avere fatto quando accettò di ‘sposare’ la propria anima; c’era un lungo viaggio in treno con a bordo vivi e morti, come il viaggio dell’anima nelle vite; e soprattutto c’erano il volto della mia maestra elementare e quello di Umberta che trasfiguravano continuamente l’uno nell’altro.
Questo sogno mi ridestò in piena notte, in assoluta tranquillità lo ripassai mentalmente per imprimerlo nella memoria, quindi mi riaddormentai.
Frequentai il C.aum.a per un paio d’anni e già durante il primo Umberta mi aveva inserito in uno di quei seminari ristretti che lei teneva solo per chi fosse predisposto alla cura con l’energia. Vedendo l’aura delle persone, lei sa chi ha predisposizione.
In questi seminari trasmetteva un metodo di riequilibrio delle energie che lei aveva ricevuto in medianità e che a tutt’oggi, dopo che ho appreso e praticate diverse altre tecniche, considero ancora il più efficace.
Un grazie dal profondo ad Umberta, per avermi messo sulla strada!

Tuttavia la mia parte universale era evidentemente del parere che dovessi abbandonare maggiormente la mia razionalità, ancora assai forte, perché mi indirizzò verso una guida terrena in cui prevalevano nettamente la sensitività, la fantasia e la lirica, benché fossero unite ad una grande forza.
Durante il secondo anno di frequentazione del centro milanese, un paio di amici cominciarono a parlarmi di una certa ‘medium di Verona’, la quale faceva dei channel dal tono poetico. Al momento non vidi interesse nella cosa.
E’ accaduto poi che notassi un ciondolo molto particolare al collo di quella che allora era la mia veterinaria, cioè Stefania M., ora insegnante di sciamanesimo e yoga, al tempo l’unica nei paraggi che usasse l’omeopatia per gli animali. Lei mi disse di averlo acquistato da “una medium di Verona”.
In quel periodo inoltre, dato che mi sentivo veramente oppressa dal dolore degli animali, che ho sempre amato molto, avevo anche chiesto ad una mia conoscente di Valdagno, pranoterapeuta, se poteva domandarne la ragione alle entità con cui comunicava assieme ad alcune amiche, tramite il metodo del bicchierino che si muoveva sul cartellone.
Lei aveva risposto che in quel momento non erano consentite delle domande perché le entità erano impegnate a completare degli insegnamenti.
Invece, senza che lei proferisse parola, la seduta seguente cominciò con un “Cara Mariangela”, tra lo stupore dei presenti che non sapevano chi fossi, ed il messaggio per me arrivò.
In seguito lei me lo spedì: conteneva alcune considerazioni e consigli e l’invito ad andare in visita da Mirella, cioè lei stessa, perché questo mi sarebbe stato di aiuto nel corpo e nello spirito.
Mirella è una cara persona e a me faceva comunque piacere vederla, dunque andai.
Lei mi fece un breve trattamento e poi, per tutto il tempo che rimasi, mi parlò con entusiasmo di questa “medium di Verona”, che chiamerò Gaia (cambio i nomi quando vado troppo nel personale). Mi fece sentire una canalizzazione che aveva fatto per lei, poi mi fornì indirizzo, telefono e perfino le indicazioni per trovare la casa.
A questo punto mi resi conto che quello era uno di quei segnali che ti indicano la direzione, quindi telefonai a questa Gaia per fare un channel e lasciai il recapito in segreteria perché lei non c’era. Mi richiamò parecchio tempo dopo, quando ormai mi ero scordata della cosa, e seppi che era stata un mese in India in viaggio di nozze.
Dopo che l’ebbi contattata, anche prima di vederla, nessuno più mi parlò di lei.
L’esperienza del mio primo contatto mi lasciò totalmente ammaliata, come se un mondo nuovo mi si schiudesse davanti, ed era un mondo incantato, magico, dove tutto è possibile, di grande armonia e bellezza, che affondava profondamente le sue radici nel mio essere.
Tornai da Gaia dopo una sola settimana per un altro contatto, perché sentivo il bisogno di fare delle domande, per orientarmi meglio in questa nuova realtà.
Dopo un certo tempo abbandonai la frequentazione centro di Umberta per seguire le attività nel centro di Gaia: le meditazioni in movimento di Osho, la ‘trance dance’ di Frank Natale, sciamanesimo, psicosintesi, medianità, uso dell’energia (un miglioramento del Reiki), corsi a tema, ad esempio sulla rabbia, sulla sessualità ecc., e molto altro.
Gaia era una persona di grande energia ed intraprendenza, portava gruppi di persone in giro per il mondo in viaggi-corso, apriva e chiudeva centri anche all’estero come niente fosse, autrice anche di svariati libri, tra cui romanzi ‘esoterici’.
Le sue sensazioni erano precisissime e le sue canalizzazioni un inno alla bellezza e alla poesia della Vita.
Mi immersi con impegno in questo mondo che lei mi mostrava e sicuramente riconquistai un altro pezzetto di me stessa.
Come personalità però lei non era molto morbida nel rapportarsi agli altri: non si notava alcuna dolcezza e, sostanzialmente, nemmeno una vera empatia, tanto è vero che non si faceva scrupolo di enunciare alle persone, in nome di una comprovata capacità di ‘visione interiore’, delle verità su di esse che le mandavano in crisi e a volte le destrutturavano, non essendo pronte a riceverle.
Questo perché manteneva l’attenzione su ciò che lei voleva fare, cioè far progredire le persone, ma senza porsi il problema dei tempi e dei modi opportuni per loro. Tutto questo non nei contatti, assolutamente calibrati sul ricevente, in quanto la sua personalità non era in gioco.
Tendeva anche ad essere direttiva con le persone e la sua energia attraeva gruppi di persone spavalde, tra le quali mi sentivo come Don Abbondio tra i Bravi: un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro!
In ogni caso a lei va la mia profonda gratitudine per avermi permesso di vedere il magico ed il meraviglioso. Questo tesoro me lo sono portato appresso quando, dopo tre anni di frequentazione venni via di là, provando anche una sorta di rancore, perché, contrariamente a quanto sembrava promettere, questo meraviglioso restava sempre altro rispetto alla vita quotidiana. Mi sentivo come imbrogliata.
Ovviamente avevo torto: unire i due mondi era un passo che toccava a me fare. Nessuno poteva al posto mio: erano i miei conflitti a mantenere la dualità!
Decisi che avrei continuato il mio cammino da sola, però mi faceva piacere regalarmi ogni tanto un contatto, per tutto l’amore e le giuste illuminazioni che provenivano dall’altra parte del velo.
Per ‘combinazione’, proprio in quel periodo un ragazzo mi fece sentire dei contatti che lui aveva fatto a Bologna, da una giovane signora che faceva i Tarocchi ed anche le canalizzazioni. Queste ultime erano molto chiare e ben centrate sul tema da affrontare. Vincenza aveva anche la straordinaria capacità di indicare un segno di conferma che nel giro di pochi giorni si verificava.
Andai da lei per alcune volte, poi, durante l’ultimo viaggio per raggiungerla, in prossimità della Pasqua, viaggiando in autostrada mi persi a guardare una distesa di alberi dai fiori viola, che sembravano illuminare l’aria e … passai oltre l’uscita giusta!
Dovetti fare molti chilometri in più, arrivando all’appuntamento con grave ritardo, per cui Vincenza mi disse che il contatto non si poteva fare, perché le avrebbe scombinato tutti gli appuntamenti seguenti, ma mi invitò a sedermi per due chiacchiere finché non fosse arrivato il cliente successivo.
Appresi così che lei aveva affinato le sue capacità, già presenti, sotto la guida di Luisa (un’altra!), che viveva e lavorava vicino a Padova. Conoscevo quel centro, dove, molti anni prima, mi ero recata per i Fiori di Bach. Decisi pertanto che quel contatto lo avrei fatto con Luisa, molto più vicina al posto dove abito.
Fin dalla prima volta che la vidi Luisa mi piacque. La trovai attenta e ricettiva, amabile nei modi.
Procedendo nella conoscenza personale mi avvidi che era anche molto determinata, ma la sua caratteristica peculiare era, ed è ancora, che la sua particolare sensibilità non è riservata a specifici momenti del suo lavoro, ma rimane in pratica sempre attiva, così che lei ha questo personale equilibrio nell’unire lo straordinario con l’ordinario, l’extra sensoriale con gli atti quotidiani, lo spirituale con il materiale.
In altre parole rappresentava l’energia giusta, calibrata per il passo che sentivo il bisogno di fare, per sanare una frattura ancora presente in me.
Feci con lei sporadicamente qualche channel: ormai non ne sentivo più tanto il bisogno. Però frequentai tutti i corsi di Terapia Vibrazionale, cioè i metodi di cura lasciati da Baba Bedi, di cui lei è stata allieva diretta, sperimentandoli anche su di me come paziente.
In tutti questi anni in cui lei ha affiancato il mio cammino, ho praticato la cura tramite l’energia come lavoro. Certe volte, con le persone più aperte e disponibili al cambiamento, usavo la grafologia per dare loro alcune indicazioni che ritenevo utili. Non sono state molte percentualmente: i più volevano solo far scomparire i loro disturbi fisici.
Poi, non tanto tempo prima che mi trasferissi da mia madre, da tempo vedova e ormai malata, quindi non più in grado di stare da sola, cominciarono ad arrivare incarichi dal Tribunale per delle perizie giudiziali.
Mi ero iscritta all’Albo dei Periti appena diplomata, ma non mi ero promossa per niente, occupata com’ero a fare tutt’altro, sicché questa possibilità era rimasta dormiente per parecchi anni. Poi, in un momento per me opportuno, quando cioè la cura di mia madre assorbiva le mie energie, questa possibilità di lavoro intellettuale a domicilio, l’unico che potessi svolgere, si è ridestata da sola.
Durante questi anni, in cui avevo scarsa mobilità, mi ha fatto compagnia un gruppo spirituale internazionale che si incontra nel cyberspazio, la Love and Empowerment Foundation, anche quella trovata ‘casualmente’ nel web, mentre cercavo un articolo di Gregg Braden. Sono stati anche organizzati incontri per conoscerci di persona, a quello in Italia sono andata anch’io.
Oggi, come tutti, continuo ad imparare delle cose, incuriosendomi di questo e di quello, ma non ho più bisogno di maestri: sono io stessa il mio maestro adesso. Ovviamente questo non significa che per me siano finite le sfide che la vita propone, finché siamo sulla Terra ne avremo sempre, ma solo che non ho più bisogno di sostegno emotivo per farvi fronte.

Ora che mamma ha, già da un po’, lasciato questo piano di esistenza, e che gli incarichi per perizie giudiziali sono andati gradualmente scomparendo, mi sono sentita spinta ad aprire questo sito.

Credo che ognuno di noi, se osserva senza più troppo coinvolgimento emotivo la propria vita, potrà constatare che tutto ha avuto un suo percorso ed una sua perfezione: anche nel dolore, anche nella malattia o nelle difficoltà, perché questi possono essere stati gli stimoli giusti per mettere in atto un cambiamento.
E diventa anche evidente il grande amore con cui ognuno di noi è seguito da coloro che si trovano dall’altra parte del velo.
Un amorevole saluto ai lettori che sono arrivati sin qui.

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